12 agosto 2013 • Nessun commento

Girolanga, finalmente si cammina!

Weekend in Italia

Con un po’ di ritardo, ecco la seconda parte del blog tour Girolanga, dove ha partecipato mio fratello (potete leggere il primo post qui). Ecco dunque la sua cronaca del 2 giorno (29 giugno).

II GIORNO, 29 giugno, 2013-07-29

Finalmente si cammina!

Ci svegliamo molto presto, sopra tutto per il sole. Una luce profonda e pura si spande liquida per le stanze: dormire è impossibile. È un mattino bellissimo. Chiare all’orizzonte, le Alpi salutano il nostro risveglio.

Una robusta e golosa colazione a base di lamponi appena colti, omelette alla robiola, robiola (eccezionale!), torta alle nocciole e caffelatte: siamo pronti.

Ci viene a prendere Alberto. Ha dormito – insieme a Susanna, Sabrina, Emilie e Lucia – in un rifugio.

Ci dirigiamo a Roccaverano. In piazza non ci aspettano solo le ragazze. Al gruppo si uniscono anche 3 “indigeni” (ossia astigiani; invero le altre 3 piemontesi vengono da Biella) del CAI. Marco, 47 anni, biologo, è anche un appassionato botanico, entomologo e micologo (e chissà quante altre cose ancora…). Grazie alle sue impressionanti conoscenze sarà una vera e propria miniera di informazioni durante la camminata: senza pedanteria alcuna, ci mostrerà fiori alberi insetti farfalle, indicandocene il nome e svelandocene le particolarità. Non avrei immaginato che tante specie di orchidee selvatiche popolassero i nostri boschi. Ci vorrebbe un compagno come Marco in tutte le escursioni che faccio.

Gli altri due – non sono purtroppo sicuro di ricordare bene i loro nomi – sono due solidi ed esperti camminatori sui sessant’anni. Simpatici e poco chiacchieroni. Il giorno seguente uno dei due mi meraviglierà raccontando con l’entusiasmo di un fanciullo della sua esperienza lungo il Cammino di Santiago, affermando anche – ed è vero – che nel pellegrinaggio verso la Galizia incontri il mondo.

Torniamo a noi: il programma di questa prima giornata di Girolanga prevede un cammino dalla difficoltà media e dalla durata di circa 6 ore, battezzato “Anello di Roccaverano”. Da questa località infatti partiamo e qui ritorneremo dopo aver percorso una sorta di cerchio. Sempre a piedi, ovviamente.

Prima di partire Marco ci spiega il grande lavoro fatto da lui e dai suoi colleghi del CAI nei mesi precedenti per tracciare i sentieri della langa astigiana e per apporre la relativa segnaletica. Ora di segnali ve n’è circa un centinaio: un lavoro meritorio, da loro stessi giudicato però ancora insufficiente.

La “Compagnia dell’Anello di Roccaverano” finalmente inizia a camminare: sono circa le 9.30. Prendiamo la SP 24 e scendiamo dolcemente per circa un kilometro, fino ad arrivare alla frazione di San Giovanni. Passiamo davanti a un’abitazione, il cui giardino è popolato di bizzarre sculture di metallo, realizzate con materiali riciclati e non prive di una certa attrattiva.

Il cielo si sta velando. Forse è meglio così: non soffriremo troppo il caldo.

A San Giovanni visitiamo la chiesa omonima (foto), dedicata al Battista.

Si tratta di un piccolo gioiello un poco trascurato e sicuramente non valorizzato quanto meriterebbe (come spesso succede in questo nostro “benedetto assurdo bel paese”). Tanto per cominciare, è necessario chiedere – come abbiamo fatto noi – la chiave ad uno di coloro che vivono nelle case di fronte.
Ad ogni modo, la chiesa risale al XII secolo ed è stata la prima parrocchiale di Roccaverano. Alla fine del medioevo però l’abitato si spopolò e si decise di erigere la chiesa di Santa Maria Assunta nel centro del nuovo insediamento venutosi a formare intorno al castello, che è poi l’attuale centro di Roccaverano (ed ecco spiegato perché un paese medievale ha una chiesa rinascimentale), San Giovanni Battista divenne in pratica una cappella campestre con funzioni cimiteriali e conobbe – nei secoli – vari momenti di declino e di rovina seguiti da vari restauri e ripristini. L’ultima opera risanatrice ha avuto luogo negli anni novanta ed ha interessato il superbo ciclo di affreschi tardo gotici che la chiesa cela al suo interno, e che ne costituiscono il tesoro più prezioso (pleonastico aggiungere che di altri ulteriori restauri San Giovanni avrebbe davvero bisogno!). Le Storie del precursore, dalla attesa della sua nascita fino alla decapitazione voluta da Erode, decorano le pareti laterali del coro. Sulla parete di fondo sono dipinti la Madonna e San Giovanni Evangelista (ai piedi di una croce che non c’è più, a causa dell’apertura di una finestra) e, più in basso una serie di otto Apostoli. Sulla volta invece sono affrescati invece il Cristo Pantocratore tra Maria e San Giovanni Battista e i quattro Evangelisti. Sull’intradosso dell’arco trionfale infine appaiono 4 sante, compresa una espressiva Santa Agata, ritratta con in mano una tenaglia che racchiude un seno, a memoria dell’atroce martirio cui fu sottoposta (durante il quale alla santa galattofora furono appunto strappate le mammelle). Tutti questi affreschi risalgono all’ultimo decennio del 1400 e sono opera di un maestro anonimo e della sua bottega, cui si fa riferimento convenzionalmente col nome di “Maestro di Roccaverano”. Non posso negare di essere rimasto “stregato” da questo luogo e da questi begli affreschi.

V’è un’ulteriore sorpresa. A lato della chiesa v’è un piccolo camposanto [foto]. Un cimitero trascurato di sparse lapidi piegate e consunte dal tempo, di sciupati fiori finti, e di erbe alte e infestanti. Un’atmosfera gotica e decadente. Le sepolture più recenti risalgono solo a una ventina di anni fa. Vi sono parecchie lapidi in stile liberty, alcune molto rovinate, tutte davvero molto belle. Di tante non si riesce a leggere quasi più niente, nemmeno i nomi. Un cimitero terribile e bellissimo che possiede – almeno ai miei occhi – il fascino sottile ma sicuro di tutte le cose nutrite di malinconia e di abbandono. Non mi dispiacerebbe essere sepolto lì.

Completata la visita, ci rimettiamo in cammino. Prossima tappa: la Torre di Vengore. Che poi è la torre che s’incontra andando da Cascina Rosso verso Roccaverano. La raggiungiamo presto, sempre camminando lungo la strada. Eretta nella seconda metà del XIV secolo, a pianta quadrata, in locale pietra di langa e circondata da un ampio fossato, la torre faceva parte di un ampio sistema di punti di avvistamento contro le incursioni saracene (non dimentichiamo che Savona e il mare non sono lontani). In effetti il nostro odierno cammino s’interseca col “Giro delle Cinque Torri”, un percorso paesaggistico di 31 km (in 2 giorni) ideato dal CAI. Di queste cinque torri, una l’avevamo già incontrata (quella di Roccaverano), questa è la seconda, la sera ne vedremo una terza.
Sabrina ha la chiave, possiamo così salire in cima alla torre. Ad occhio saranno una trentina di metri almeno. L’ultimo passaggio, quello della botola che ti porta fuori sulla sommità della torre, richiede un piccolo sforzo di agilità. Ma ne vale la pena. Da lassù il panorama è straordinario. Sono quasi le 11.

Ripresa la marcia, dopo un breve tratto di strada, lasciamo (finalmente!) l’asfalto e cominciamo a scendere fra i calanchi, nella parte più bella – paesaggisticamente parlando – di queste 2 giornate di cammino. Il sentiero è stretto, a tratti molto stretto, sempre in discesa. Sulla destra spesso fiancheggiamo lo strapiombo: camminiamo letteralmente su “tappeti” di timo (mi ricordano Creta), fra le esplosioni di giallo degli arbusti di ginestre, che ingentiliscono non poco la vista.
I calanchi in pratica dei grossi solchi che incidono le colline argillose a seguito dell’azione dei fenomeni atmosferici, sopra tutto la pioggia. L’erosione fa sì che siano in continuo mutamento, con mirabili effetti scenografici. Solo in parte sono coperti da vegetazione, lasciando spesso alla vista ampie porzioni di terreno arido e brullo.

Arrivati a fondo valle, camminiamo fra campi coltivati, fermandoci a più riprese, per mangiare delle ciliegie, per osservare dei tritoni in una fonte, per riconosce l’arbusto del pisello odoroso (all’ilarità provocata da questo nome il nostro amico biologo rilancia parlandoci del phallus impudicus, un fungo dal caratteristico lezzo di carne morta e dall’altrettanta caratteristica forma, che lascerò all’immaginazione di chi legge), per scoprire le “bolle” che le querce formano a seguito della puntura di una vespa, che poi vi deposita una larva. Così, non troppo velocemente, raggiungiamo Mombaldone. Ma prima di visitare l’antico centro storico, ci fermiamo a mangiare un panino. Dopo il meritato pasto, ci avviamo verso il centro del paese. Sono già le due del pomeriggio.

A riceverci, davanti alla porta medievale, c’è la Marchesa Gemma del Carretto, che ci farà da guida in quello che viene considerato uno dei borghi più belli (e meglio conservati) d’Italia.
I Del Carretto – che altro non sono poi che un ramo degli Aleramo – sono una delle famiglie aristocratiche più antiche. Non vi dice questo cognome? Del Carretto? Ilaria del Carretto?! Sì, proprio lei: Ilaria del Carretto. Quella di cui Sgarbi – in Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri – confessa d’essersi perdutamente innamorato. Ricordi di scuola… La tomba di Ilaria del Carretto, stupenda scultura funebre di Jacopo della Quercia conservata nel Duomo di Lucca. Celebre anche per il cagnolino accoccolato ai piedi di Ilaria.

Mombaldone è in pratica sviluppato intorno a un’unica via centrale, lastricata in ciottoli. La prima parte, quella meno antica, è fiancheggiata da begli edifici medievali in pietra, molto ben conservati (o restaurati in epoche più recenti). Giungiamo alla piazza, ove si affacciano la Chiesa di San Nicolao e l’Oratorio dei Santi Fabiano e Sebastiano, entrambi della seconda metà del settecento. Grazie alla marchesa vediamo l’interno, completamente spoglio, dell’oratorio, adesso sala per convegni, mostre e concerti. Passiamo alla seconda parte del paese, quella più antica. Qui si affaccia il palazzo trecentesco dei Del Carretto. Vi ha la sede anche un ristorante, L’aldilà, dall’atmosfera suggestiva, anche se un po’ cupa. Gli arredamenti però sono settecenteschi. Il ristorante, che visitiamo, ospita la collezione di costumi d’epoca della marchesa Del Carretto, un centinaio circa, dal medioevo agli anni sessanta del secolo scorso

La marchesa è un’altra simpatica ed erudita chiacchierona che – anche a causa del poco tempo – affastella nel suo racconto tante informazioni. Ci parla dei Del Carretto, dei privilegi ottenuti dalla famiglia da Carlo V, quali il titolo di Vicari Imperiali del Sacro Romano Impero, la possibilità di conferire lauree in teologia, filosofia e medicina e di battere moneta.
Ci svela l’esistenza di tutta una serie di cunicoli e segrete galleria sotterranee – oggi in gran parte abbandonati – che univano Mombaldone con il non lontanto Monastero di Spigno.
Ricorda l’assedio spagnolo di Mombaldone, che fallì.
Rivela che questo paese è l’unico della Langa ad avere una stazione ferroviaria: nell’ottocento gliela costruirono per permettere a una Del Carretto, dama di corte della Regina Savoia, di raggiungere facilmente Torino.
Accenna anche alle carte dei Templari conservate nel monastero di Spigno, che – pare – Colombo avrebbe consultato prima del suo viaggio in America (temo che qui faccia riferimento alla bislacca teoria stile Voyager per cui i Templari avrebbero scoperto il nuovo continente assai prima del navigatore genovese). E tante altre cose ancora…
Dopo la visita riprendiamo il percorso. Si incomincia a salire, presto anche in mezzo ai boschi. Fa caldo, ora. Fra gli alberi abbiamo la possibilità di osservare varie specie di orchidee selvatiche. Quella che mi è piaciuta di più è la Orchidea Pyramidalis. Usciti dal bosco, facciamo un largo giro per restare in quota e poter raggiungere Roccaverano senza dover scendere (o salire) di nuovo. Sono già le 17.30 quando raggiungiamo il paese e ci precipitiamo al bar, a bere qualcosa. Otto ore per fare 21/22 km. Non siamo certo andati molto veloci. Ma va bene così: viva il Movimento Lento.
Dopo una lunga sosta alla Cascina Rosso, per lavarci e per riposarci un po’, andiamo a cena. Questa sera tocca al Ristorante della Posta, ad Olmo Gentile.
In questo piccolissimo borgo (ha una quarantina di abitanti, ma fa comune!, il più piccolo della provincia di Asti e certo anche uno dei più piccoli d’Italia) vediamo, popolata da numerosi corvi, la terza delle cinque torri del percorso del Cai.
La cena è ottima. Per aprire l’appetito ci viene servita un’inesauribile serie di focaccine (di pasta di pane) fritte. Come antipasto mela e fiori di zucca fritta, serviti insieme a una frittata curiosamente presentata come fossero tagliatelle. Di primo, taglierini ai funghi, sfortunatamente un po’ troppo salati. Di secondo tre tipi di carne arrosto: vitello, faraona e coniglio. Io prendo tutti e tre, ovviamente. Mi gusto particolarmente il coniglio. Di un vino, un apprezzabile – e apprezzato – Dolcetto di Asti. Compro una torta di nocciole per Betti.
E così termina questa bella e ricca giornata.



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